Sforza Cesarini: “Lo Stato sia inflessibile controllore, ma affidi ai privati la gestione di monumenti e musei” – gennaio 2014

Ritratto Francesco Sforza Cesarini

Il Real Post intervista il Presidente dell’A.D.S.I. LazioFrancesco Sforza Cesarini, in merito alla tutela dei beni storici.

 

Qui il link dell’Intervista del 15 gennaio 2014

 

Per il responsabile dell’associazione bisognerebbe elevare le detrazioni per le spese destinate al no-profit.

Più privato nella gestione dei beni storici e artistici, in un’ottica di collaborazione con le istituzioni. Francesco Sforza Cesarini, presidente della Sezione Lazio dell’Associazione Dimore Storiche Italiane, ha le idee chiare: “Soldi pubblici non ce ne sono. Lo Stato, semmai, deve fare bene il controllore”.

Cosa è più necessario per valorizzare la nostra memoria storica: interventi pubblici o mano privata

 

Direi che la parola giusta sia “partnership”, ovvero collaborazione tra istituzioni e privati. Guarderei con attenzione agli esempi di alcuni Paesi che, in questo campo, hanno fatto scuola.

A cosa si riferisce?

Alla gestione di alcuni monumenti e musei che i Paesi del Nord-Europa hanno affidato ai privati, delegando così i servizi più onerosi, e alle detrazioni per le spese destinate al no-profit, che negli Stati Uniti sono scaricabili totalmente. Quando si parla di dimore storiche, infatti, parliamo di castelli o palazzi, che hanno costi di manutenzione altissimi. Il vero punto è tutto qui.

Questo per i palazzi antichi. Ma per il patrimonio nazionale, cosa proporreste?

Le sponsorizzazioni di grandi società, vedi il Colosseo, sono un’ottima soluzione. Per siti archeologici e artistici importanti, sarebbe invece opportuno coinvolgere i privati nella gestione operativa.

Lo Stato italiano ha sempre investito poco per tutelare il patrimonio  storico

Per legge, questi beni sono vincolati ai controlli del Ministero dei beni e delle attività culturali e delle Soprintendenze locali. Ciò significa molta burocrazia e tempi lunghi. Soltanto ditte specializzate e autorizzate, con speciali permessi, possono intervenire negli immobili storici. Su ogni lavoro, ci sono controlli, sacrosanti per carità, ma che fanno allungare molto i tempi, così tutto costa di più, persino i materiali. E poi, i palazzi non sono tutti uguali.

Cosa intende dire?

Un palazzo nel centro di Roma può dare un ritorno economico significativo, che di certo non dà un castello diroccato nell’Agro Romano. Eppure, sono entrambi beni storici vincolati. Inoltre, il proprietario di un immobile del genere deve continuamente investire: in sicurezza, in restauri, in personale per la gestione del bene. La riforma del catasto, poi, assegnerà i valori immobiliari non più sui vani, ma sui metri quadrati. Un salone di 40 metri quadri con soffitti alti 6 metri non può produrre il reddito di un mini-appartamento della stessa taglia, ma costa di più mantenerlo.

Insomma, la Storia costa

La tutela dei nostri beni storici non può avvenire a costo zero. Nell’Associazione Dimore Storiche Italiane, un buon 30% degli iscritti è rappresentato da imprenditori veri e propri, che hanno acquistato e investito sulla memoria storica. A questi, si aggiungono tutti gli altri che, pur facendo altro nella vita, tentano di salvare le nostre radici, sopportando oneri amministrativi e fiscali  pesanti.

Alla fine, non resta che il cartellone pubblicitario?

E’ un buon compromesso. Per la tutela dei beni storici, inoltre, è fondamentale rivedere il fisco, soprattutto l’Imu che colpisce gli immobili non produttori di reddito. Su questo fronte, sarebbe vitale poter scaricare fiscalmente le grandi spese di manutenzione e ristrutturazione in tempi brevi.

Silvia Cerioli